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Inizio dalla A: A… come Argilla

L’argilla è un materiale antico, primordiale, custode della storia dell’umanità e, ogni volta che se ne prende in mano un pezzo, sembra che questa storia si rianimi.

La persona che inizia a modellare si trova coinvolta inconsapevolmente in un processo di trasformazione della materia che cambia forma, colore e stato e che fa da eco a personali procedimenti interni.

Tra tutti i materiali usati per la manipolazione (crete sintetiche, plastilina, das, pongo, fimo, cernit, pasta di sale…), l’argilla è quello con cui questo processo avviene più intensamente e in modo più profondo: cercherò di spiegarlo, qui di seguito, con l’aiuto di alcune parole chiave.

Quando si parla di argilla, in Arteterapia, si parla anche di:

  • bi-manualità
  • pelle
  • tatto
  • (dare) forma
  • dialogo
  • (entrare in) contatto
  • regressione
  • confine
  • strutturazione
  • riparazione
  • contenimento
  • separazione
  • spazio
  • dentro e fuori
  • rispecchiamento
  • ciclo della vita
  • trasformazione-cambiamento
  • opposti
  • onnipotenza
  • frustrazione
  • equilibrio

 

L’individuo è di fronte ad un materiale inerte ed informe: entrambe le mani, spontaneamente, iniziano a toccarlo, a sentirlo, ad esplorarlo. C’è uno scambio di informazioni tra i due: la pelle delle mani sente la sua morbidezza, temperatura, umidità, consistenza, generando sensazioni di piacevolezza-spiacevolezza. C’è un aumento dei movimenti, del ritmo, della durata; le mani, appiccicose e sporche di terra, trasmettono e ricevono impulsi: sta nascendo un racconto fatto di gesti, di tatto, di pressione, di spinte, di buchi, di carezze, di fenditure, di ricerca della forma. L’argilla e il suo modellatore si stanno incontrando e conoscendo: stanno dialogando.

Il livello della comunicazione è pratico, esperienziale, non ancora filtrato dal linguaggio. Ci si muove in una sfera che precede lo sviluppo della parola[1] e che ci riporta molto indietro, quasi alle prime prove tattili del bambino con la mamma (non è un caso che, mentre si modella, spesso si stia in silenzio, che non è voluto, ma che si genera spontaneamente entrando quasi in una dimensione a-temporale e pre-verbale). Attraverso la pratica del toccare, sfiorare, premere, afferrare, aprire, chiudere, lanciare, sbattere, sporcarsi il piccolo conosce il mondo e apprende anche la capacità di controllarlo. Molti teorici dell’età evolutiva concordano nell’affermare che le prime esperienze tattili con le figure significative sono fondamentali per l’uomo e acquisiscono una grande importanza per la costruzione della personalità e per la relazione con gli altri.

Per Winnicott le esperienze di manipolazione con l’argilla sono da considerarsi come area transizionale (fase pre-verbale e pre-semantica) in cui dare spazio all’esplorazione, alla scoperta del dialogo che sollecita la sensibilità tattile e le capacità immaginative, all’interno di un contesto che diventa relazionale.

Interagire con l’argilla può facilitare la consapevolezza e la modulazione del proprio stile di contatto. Evitarla, toccarla con i guanti, sentirne l’odore, accarezzarla, sfiorarla, sentire la sua consistenza, guardarla, premerla, smembrarla, colpirla, penetrarla, trattenerla, sostenerla, cederla, lasciarla cadere sono alcune delle modalità con cui il soggetto entra in contatto con essa facendo emergere, solo in un secondo momento, ricordi, tensioni, rilassamenti che richiamano al dialogo iniziale Io-Mamma e ora Io-Altro.

L’argilla si fa metafora di un linguaggio tattile[2] interno alla persona, intimo ed ontogenetico: per questi motivi essa è un materiale regressivante. Penso che ci sia una somiglianza tra presente e passato, tra come si tocca e come si toccava, tra entrare in contatto con la terra e con le persone. L’argilla implica un toccare arcaico: quest’ultimo è connesso con la pelle che fa la sua comparsa a livello embrionale prima di ogni altro elemento sensoriale; alla nascita, il bambino si sperimenta attraverso la pelle della mamma, in uno scambio tattile continuo, la cui carenza può provocare problemi psichici (Bowlby[3], Montagu[4], Anzieu[5]).

Entrare in contatto significa anche sentire un confine: tra la pelle e il materiale, l’Io e l’Altro. Solo toccando un altro percepiamo noi stessi. Alla nascita e nei primi mesi di vita il bambino si percepisce un tutt’uno con la mamma: col crescere della pratica tattile, capisce che, invece, è separato e distinto da essa.

La pelle è il confine tra mondo interno ed esterno: modellare l’argilla richiama il lavoro sulla pelle, intesa come membrana tra figura e spazio, tra densità di terra e di aria, tra crudo e cotto, e favorisce la riflessione tra spazio esterno ed interno del modellatore, tra il soggetto e la materia, tra il soggetto e il gruppo, tra il setting e la vita all’esterno.

L’argilla, inoltre, ripara come sostiene l’Arteterapeuta Anne Denner: “Questo materiale introduce il tema della strutturazione della relazione d’oggetto con un sistema di riparazione che avviene attraverso la pelle e il contato generale del corpo, grazie alle sue qualità tattili: morbidezza, calore e umidità, paragonabili al calore materno”[6].

Modellare la terra significa fare un lavoro di contenimento: i contenitori creano limiti, barriere, separazioni, ma allo stesso tempo danno sicurezza, protezione e orientamento. Il bambino nasce ed è contenuto nel ventre materno; crescendo, la mamma si occupa di contenere le sue esigenze, umori, ansie, anche se alcune volte, questa funzione di holding[7] viene a mancare, creando dei problemi nella formazione della personalità del piccolo.

L’Arteterapia può facilitare la costruzione-ricostruzione di un mancato contenimento interiore: fare argilla, a tal proposito, può favorire la creazione di spazi, di pelle, di confine tra dentro e fuori, differenziando tra me e non me, tra mondo interno ed esterno.

La terra ha la capacità di far rispecchiare il soggetto nei suoi vissuti, nelle sue modalità di interazione, mostrandogli anche nuovi spazi di movimento-trasformazione-cambiamento.

L’argilla è metafora concreta dell’uomo: come lui, ha un suo ciclo vitale, fasi di trasformazione-cambiamento che richiedono tempi lunghi di sosta, di attese e di rifacimenti; in essa convivono degli opposti (è pesante ma poi leggera, è scura ma poi chiara, è reversibile ma poi irreversibile, è onnipotente perché può assumere tutte le forme del suo creatore, ma anche molto frustrante se ciò non avviene); il suo fine è di raggiungere un equilibrio tra più elementi (terra, aria, acqua e fuoco), così come l’uomo lo ricerca tra diverse parti di sè (mente e corpo).

 

Nella speranza di aver proposto altre-nuove-ulteriori riflessioni, mi piacerebbe che si scrivesse di altre-nuove-ulteriori storie sull’argilla e su tutte le sue fasi di trasformazione, intrecciando Psicologia, Arteterapia e Ceramica.

 

Dott.ssa Laura Uboldi

 

Articolo tratto da:

Uboldi L., La ceramica può migliorare la vita?, in Psicologia e Lavoro, Rivista trimestrale online, anno L1 2018 n°185, Università delle Persone, Fondazione Enzo Spaltro, pp. 7-10

 

 

[1] Anche nella Bibbia, Dio prima plasmò l’uomo e poi gli diede il nome di Adamo.

[2] Il tatto è inteso come canale di senso e in senso traslato come capacità di “toccare” le emozioni.

[3] Bowlby J., Attaccamento e Perdita, vol.1,2,3, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, 2000, 2001.

[4] Montagu A., Il linguaggio della pelle, Verdechiaro Edizioni, Baiso (Reggio Emilia), 2015.

[5] Anzieu D., L’Io-Pelle, Borla, Roma, 1994.

[6] Denner A., Malavasi L., Arteterapia: metodologia e ricerca, Edizioni del Cerro, Pisa, pag. 107.

[7] Holding significa letteralmente sostegno. Per Winnicott è la capacità della madre sufficientemente buona di fare da contenitore alle angosce del figlio: essa sa istintivamente quando intervenire dando amore o mettendosi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei. Cfr. Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Ed. Armando, Roma, 1974.

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