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Il confine tra mente e corpo nella terapia espressiva

Apelle, figlio di Apollo,
fece una palla di pelle di pollo,
tutti i pesci vennero a galla
per vedere la palla di pelle di pollo
fatta da Apelle, figlio di Apollo

(scioglilingua popolare)

Esplorare il legame tra pelle, percezione ed emozione

Il termine “confine” è composto dalla preposizione latina cum (simultaneità, contemporaneità, comunanza, unione) e dal sostantivo latino finis (fine, limite, estremità): si traduce letteralmente “con la fine”, stando ad indicare ciò che finisce e separa e che, contemporaneamente, sta insieme ed unisce.

Si può dire che la pelle è il confine che mette in comunicazione e separa, allo stesso tempo, la mente e il corpo.

Essa è il confine che connette sensazione, percezione, emozione.

La terapia espressiva esplora proprio questo confine, unendo manualità e introspezione, per favorire un dialogo creativo e profondo tra le diverse dimensioni della persona.

 

La pelle: il confine che unisce

Nella terapia espressiva, la pelle assume un significato speciale. Non è solo un involucro del corpo, ma diventa uno spazio simbolico che separa e protegge, e, nel contempo, permette di collegare il nostro mondo interno con l’esterno.

Oggi si sa che la pelle è il primo organo a formarsi e il primo mezzo di comunicazione e protezione (di muscoli, ossa, organi interni). Il senso ad essa associato è il tatto che è il primo a svilupparsi nell’embrione umano.

Secondo una legge generale dell’embriologia, se una funzione si sviluppa precocemente è molto probabile che sia essenziale: si può vivere ciechi e sordi, senza gusto e odorato ma senza l’integrità della maggior parte della pelle non si può sopravvivere.

I primi modelli sulle funzioni della pelle sono stati “L’omuncolo sensorio” e “L’omuncolo motorio” di W. Penfield e avevano lo scopo di rappresentare graficamente il rapporto proporzionale delle funzioni tattili.

L’omuncolo motorio di W. Penfield

Dalla pelle alla mente

Nel 1970 il professore di antropologia e anatomia Ashley Montagu scrive Il linguaggio della pelle sostenendo che, solo attraverso essa, si vanno a costruire attività sensoriali e di pensiero (il corpo e la mente). Egli sostiene che, mentre l’approccio psicosomatico, procedendo dalla mente verso la pelle, è centrifugo, il suo approccio di studio è centripeto: dalla pelle alla mente.

 

L’Io nasce dalla periferia: la pelle

Dal mio punto di vista, c’è un approccio confinante tra Ashley Montagu e lo psicanalista francese Didier Anzieu, che sostiene che l’Io non nasce al centro ma alla periferia, cioè dalla pelle.

 

Per lo psicanalista il bambino, all’inizio, non ha ancora un Io completo ma lo percepisce attraverso il suo corpo o, meglio, attraverso la sua pelle. Crescendo questa comprensione arriva insieme ad un senso di contenimento e, per estensione, di individuazione, fino alla percezione di una pelle propria.

 

Per approfondire leggi l’articolo completo:
Laura Uboldi: “Il confine tra mente e corpo nella terapia espressiva” in Psicologia e Lavoro, Rivista trimestrale on line, anno L1 2019 n°190, Università delle Persone, Fondazione Enzo Spaltro, pp.6-13. →

 

Psicoterapia verbale o espressiva? Il ruolo dell’arte per esplorare il confine tra mente e corpo

“La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme… Quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace”. Winnicott D.W., Gioco e realtà, Armando Editore, Roma, 2005, pag. 71

 

In generale, in una psicoterapia verbale il terapeuta, con la parola, ovvero con il colloquio clinico, cerca di “far giocare” il paziente con i suoi ricordi, con le libere associazioni, con i sogni, con i lapsus creando così uno spazio potenziale tra la sua realtà psichica interna e la realtà esterna al fine di favorire il racconto e la conoscenza di sé stesso. Questo gioco si fa in due: paziente e terapeuta.

Nella psicoterapia espressiva integrata all’arteterapia, il paziente viene anche invitato a “giocare” con i materiali artistici che hanno la caratteristica di essere reali (tempere, pastelli, pennarelli…) ma al tempo stesso potenziali, ovvero di favorire un contatto con la propria realtà psichica interna. Il soggetto produrrà quindi, con essi, un’opera d’arte che faciliterà il racconto e la conoscenza di sé (la finalità è la medesima in entrambe le psicoterapie: cambiano solo le modalità). Questo gioco, infatti, si fa in tre: paziente, terapeuta e opera d’arte.

Nella psicoterapia espressiva, i materiali artistici diventano strumenti potenti per esplorare il confine tra mente e corpo. Essi offrono la possibilità di mettere in contatto e di tener separati contemporaneamente il mondo interno della persona dall’esterno, creando spazi potenziali di espressione di sé, promuovendo nuovi equilibri tra il dentro e il fuori.

Inoltre essi evocano esperienze sensoriali profonde, stimolano memorie ed emozioni che possono emergere e trasformarsi attraverso il processo creativo.

Ad esempio, lavorare con l’argilla permette di entrare in contatto diretto con la propria pelle, favorendo una connessione tattile con la realtà psichica della persona. Il processo creativo facilita un “giocare” tra paziente, terapeuta e manufatto permettendo così l’espressione e la rielaborazione di vissuti personali antichi e profondi.

Bibliografia:
Anzieu D., L’Io-Pelle, Borla, Roma, 1994
Montagu A., Il linguaggio della pelle, Verdechiaro Edizioni, Baiso Reggio Emilia, 2015
Penfield W., NO MAN ALONE a neurosurgeon’s life, Boston/Toronto, Little, Brown, 1977.
Winnicott D.W., Gioco e realtà, Armando, Roma, 2005

 

Per saperne di più ed iniziare il tuo percorso terapeutico

Se desideri scoprire come la psicoterapia espressiva può aiutarti ad esplorare il confine tra mente e corpo, non esitare a contattarmi. Grazie alla psicoterapia espressiva potrai intraprendere un viaggio di consapevolezza e crescita personale.

Telefono: +39 345 7990804
Email: info@laurauboldi.it

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